.
Annunci online

neapoliscallsnapoli

 
27 ottobre 2013
SOCIETA'
Napoli
Napoli ha una grande tradizione di buche:
  • per strada;
  • nell'acqua per i sindaci.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Napoli strade sindaci buche

permalink | inviato da neapoliscallsnapoli il 27/10/2013 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2013
DIARI
Zuppa di cozze del giovedì santo a Napoli
Il cibo crudo è natura, quello cotto cultura

Claude Lévi-Strauss


Ho intenzione
di gustare il piatto tipico napoletano del giovedì santo: "la zuppa di cozze", nel posto più tipico: porta capuana.

Il budget da prevedere?
216 Euro

così suddivisi:
15 Euro per la zuppa di cozze
1 Euro al parcheggiatore abusivo
200 Euro per il gastroenterologo!



Un link:

http://www.lucianopignataro.it/a/la-zuppa-di-cozze-del-giovedi-santo-a-napoli-guai-a-chi-non-ce-lha-tre-indirizzi-giusti/23287/


1 marzo 2013
SOCIETA'
Due link

http://www.facebook.com/scuolavelamascalzonelatino

http://www.progettojonathan.com/index.php?option=com_content&view=article&id=82:20120526-mascalzoni-a-mascalzone&catid=17&Itemid=119
11 dicembre 2012
CULTURA
Ardengo Soffici - La giostra dei sensi - Diario napoletano

Ho acquistato questo libricino al mercato dell’antiquariato di Pissignano (Campello sul Clitunno - PG - http://www.campelloweb.com/category/campello/eventi/mercatino-dellantiquariato/), affascinato dal nome dell'autore e dal sottotitolo: “Diario napoletano”, senza conoscere l’argomento e tantomeno Ardengo Soffici .

Ho scandito, la copertina, l’introduzione del libro e uno stralcio dove viene descritta Napoli.

La descrizione del golfo di Napoli, nella seconda parte, è poesia.


Ardengo Soffici

La giostra dei sensi

Diario Napoletano

 

Dal mio Diario napoletano stralcerò tut­to quello che non riguarda Lina. Tralascerò le impressioni dell'arrivo notturno, la lunga corsa per il Rettifilo deserto nella vettura dell'Hòtel Patria, traballante per me solo sullo stupefa­cente selciato di questa città di sorprese; la me­raviglia mattutina della Marina, di Basso Por­to; i vagabondaggi per le vie gonfie di fetidu­mi e di bellezza, tra lo sfarzo delle luci, tra l'inquietudine dell'ombra mal popolata; esta­siato alle corone d'agrumi e di fresche botti­glie multicolori, nella calca viva di guaglione splendenti e scugnizzi, e armenti randagi die­tro un suono di piffero.

Tacerò soprattutto del tedio laborioso dei Granili, delle ore sinistre della caserma; e quel che è dell'equipaggiamento di un battaglione in partenza per la zona di guerra — il mio.

Non parlerò che del singolare incontro con Lina.

 

……………………

 

Sottilizzando su questi e simili argomen­ti, Lina ed io abbiamo terminato la nostra ce­na, mentre il giorno, completamente vinto, lasciava luogo al trionfo di una notte che dif­ficilmente dimenticherò.

In un golfo immenso di azzurrità cupa, riscaldata a tratti da zone di rosa e di viola, Napoli si allunga sotto di noi, s'incurva vo­luttuosamente pallida come un corpo divino disteso sulla riva del mare che lo lambisce e lo bacia. Come una vasta ghirlanda tesa dal Vesuvio a Posillipo, bianca ed i cui ultimi fiori si confondono all'alto orizzonte col tremolio diffuso delle stelle, la città fa pensare a qual­che festa favolosa, a un prodigio d'oriente. C'è come un'ombra di mito, un soffio ardente, un profumo di antica felicità che sale dalla con­ca di monti e di acque fino a questa terrazza fiorita.

A un tratto, come per una nuova magia, uno splendore più vivo di gas e di elettricità, ru­tila e corre, si propaga di punto in punto, e le immagini del grande corpo, della ghirlanda, s’intensificano, arricchite da uno scintillio di gioielli profusi, di collane intrecciate, di luminarie regali per una festa di vittorie e d’amori.

Sorpresi come fanciulli dallo spettacolo grandioso, ci appoggiamo alla ringhiera per seguire fino in fondo l’accensione della città che una freccia di fiamma traversa improvvisamente da parte a parte.

-        È il Rettifilo – mi spiega Lina; e come se fosse attratta dal quel ricominciare di una vita artificiale e tumultuosa, ma che è stata e sarà più la sua di quella che per poche ore ha intravisto in mia compagnia, mi domanda se vogliamo andarcene.

Prima di uscire dal ristorante ho dato un ultimo sguardo alla città splendente. «Vedi Napoli eppoi muori». Se dovessi, soldato, morir davvero prima di tornar qui! Lina mi ha afferrato la mano sorridendomi, quasi avesse letto nel lampo subitaneo del mio pensiero.

 

P.S.

Il libro è stato comprato, ripeto casualmente vicino Spoleto e il libro è un’autobiografia di Ardengo Soffici, scrittore e pittore,che narra la sua permanenza a Napoli dove si innamora di una donna spoletina (serendipità?).

L’ho trovato molto bello

All’epoca, Soffici era un ufficiale di cavalleria (ha scritto, tra l’altro, “La ritirata del Friuli: Note di un ufficiale della seconda armata, libro che si può scaricare, immagino legalmente, all'indirizzo: http://openlibrary.org/books/OL24198803M/La_ritirata_del_friuli, questo l'ho acquistato online ed è una copia anastatica, proveniente proprio da quel file.

18 ottobre 2012
CULTURA
IL TARTUFO NELLE RICETTE NAPOLETANE DEL ‘600 ‘700 ‘800

Campoli Appennino

Festa del Tartufo 1994

Tavola rotonda del 14.11

 

Di Ernesto Tronconi

 

Ho scelto, per la manifestazione odierna, l’argomento della presenza del tartufo nelle antiche ricette del Regno di Napoli, in quanto considero la tradizione del tartufo di Campoli strettamente connessa con la tradizione della cucina napoletana.

Le montagne che ci sono di fronte, al di là del corso del Liri, hanno segnato per secoli il confine tra il Regno e lo Stato Pontificio, avendo da un lato, nella valle del Liri, i comuni di Sora, Balsorano e Roccavivi appartenenti al Regno, e, dall’altro lato, al di là delle montagne, i comuni di Veroli ed Alatri, appartenenti allo Stato della Chiesa.

Campoli faceva parte della provincia di Terra di Lavoro, distretto di Sora, ed il naturale sbocco commerciale dei suoi prodotti, era. lungo il corso del fiume Liri, verso la capitale del Regno.

Le difficoltà delle vie di comunicazione, privilegiavano il trasporto dei prodotti locali maggiormente pregiati, e, tra di essi i tartufi che confluivano a Napoli, come vi confluivano i tartufi degli Abruzzi, quelli della zona sabina del Regno, e quelli del Molise e dell’Irpinia.

Per quanto concerne Campoli, la documentazione esistente attesta l’invio di tartufi a Napoli nel ‘700, all’epoca del Regno di Ferdinando IV di Borbone, ma la tradizione orale fa riferimento anche ad epoche precedenti.

Non e facile determinare l’epoca della comparsa del tartufo nella cucina napoletana, in quanto, nella letteratura gastronomica, la sola documentazione disponibile e quella che ha inizio con i 4 manoscritti di un non meglio identificato Anonimo Meridionale, e da questi manoscritti si desume una esiguità di ingredienti tra i quali non compare il tartufo.

Bisogna quindi arrivare al ‘600, ‘700, ed ‘800, secoli nei quali sono presenti a Napoli tre autori di importanti testi di cucina nei quali si rileva una presenza incisiva del tartufo.

Questi testi sono quello del Latini, primo testo di cucina dato alle stampe a Napoli alla fine del ‘600,quello del Corrado del ‘700, e quello del Buonvicino dell’800.

La cucina italiana, fino al 1400 era stata caratterizzata dalla grande quantità di cibo consumata nei pasti e i costituita principalmente da carni arrostite con uno smodato uso di spezie importate dell’Oriente.

Nella seconda metà del ‘400, si era verificato un mutamento radicale del gusto, in quanto si era imparato ad ordinare con maggiore intelligenza la serie delle portate e ad affinare l’uso dei condimenti, per sfociare poi, nel ‘500 che segna l’inizio dell’epoca d’oro della gastronomia presso le corti rinascimentali.

E’ questo il periodo nel quale il tartufo, già ben conosciuto nell’antichità entra quale raffinato ingrediente nella composizione delle pietanze.

Nel ‘600, secolo nel quale vive Antonio Latini, siamo nella completezza della evoluzione della cucina italiana.

È interessante, ora, considerare l’ambito nel quale il testo del Latini compare e si impone a Napoli all’attenzione di una fascia sociale molto selezionata, tuttavia numerosa, sì da giustificarne la diffusione a mezzo della stampa, trattandosi di una opera corposa di ben 900 pagine.

Nel ‘600 Napoli era la terza capitale d’Europa, dopo Londra e Parigi, ed a Napoli confluiva la nobiltà del Regno che vi segnava la propria presenza con un elevato tenore di vita in suntuose dimore che, in alcuni casi, avevano la struttura di piccole corti orbitanti intorno alla corte vicereale spagnola che, dal 1734 in poi, verrà sostituita dalla corte Reale borbonica.

In tale epoca, secondo quanto indicato da Harold Acton nel suo trattato sui Borboni di Napoli, la nobiltà del Regno era rappresentata da 119 principi, 156 duchi, 173 marchesi, e da varie centinaia di conti e di baroni, cifre queste che bastano per giustificare la diffusione del primo libro di cucina pubblicato nel Regno.

Antonio Latini era uno scalco, e cioè maestro dei conviti, e veniva dalle Marche, essendo nato a Colle Amato di Fabriano nel 1641.

Aveva svolto la propria attività presso case nobiliari e presso alti prelati, prima nelle Marche, e poi a Roma.

Risulta anche un periodo di servizio presso un Vescovo di Sora in date non conosciute, ma che, dalla cronologia disponibile, potrebbe essere stato Mons. Piccardi, Mons. Pisanelli, oppure Mons. Guzoni, e questa permanenza a Sora lascia ipotizzare una presa di conoscenza, da parte del Latini, dei tartufi locali.

Il Latini si era poi stabilito a Napoli dove era arrivato alla massima carica di “scalco principale del Regno” ed alle dignità di “cavaliere aureato” e "conte palatino.

Ed a Napoli nel 1694 aveva pubblicato il suo trattato dal titolo “Lo scalco alla moderna”: opera corposissima, frutto della esperienza fatta nelle Marche ed a Roma, ampiamente integrate dalla tradizione acquisita in Napoli, che rappresenta una vera e propria enciclopedia del convito,

dalla organizzazione della cucina e della mensa, al servizio, alla storia ed alla natura dei cibi, e, parte principale, alle ricette.

Passiamo ora al ‘700, secolo dell’Illuminismo e del trionfo della ragione che, più che in ogni altra regione italiana, aveva trovato in Napoli un terreno fertilissimo.

In questo ambito nascono i trattati di Vincenzo Corrado. Il Corrado era nato ad Oria, nelle Puglie, nel feudo del Principe Imperiali di Francavilla del quale era stato precettore. Il Principe Imperiali, noto come il Lucullo napoletano del ‘700, e come illuminate anfitrione, era a sua volta divenuto il Mecenate del Corrado che, sotto il suo incoraggiamento, aveva scritto 5 trattati di cucina e precisamente: “Il cuoco galante” dato alle stampe nel 1773, seguito poi da:

 

  • “Il credenziere di buon gusto”
  • “"Il cibo pitagorico ovvero erbacee per uso dei nobili e dei letterati”
  • “La manovra della cioccolata“
  • "Il trattato delle patate per uso di cibo”
  • "I pranzi giornalieri”.

 

Nelle opere del Corrado si rileva l’evoluzione della cucina napoletana, grazie anche all’influenza della cucina francese, ma variata abilmente, con l’uso di elementi tipici locali.

Infine, nell’800 appare l’opera del Duca di Buonvicino, tipico nobiluomo dell’epoca, e cultore della cucina come hobby che, a produzioni letterarie, aggiunge nel 1837 il suo trattato gastronomico dal titolo:

"Cucina teorico pratica con corrispondente riposto“.

Si tratta di una summa della gastronomia napoletana nobile e plebea che, pur in epoca di spiccata influenza francese, affonda le proprie radici nella tradizione locale.

Tre uomini di differente estrazione e formazione, e vissuti in secoli diversi, ma un elemento comune in essi: la cucina in una grande capitale quale la Napoli di questi tre secoli.

Ed in questa cucina, leggendo i loro testi, ed analizzando le loro ricette, compare costantemente ed insistentemente il tartufo, sia come elemento essenziale, sia come elemento complementare di pietanze a base di carne, di pesce, e di verdure.

Segno questo, di una notevole presenza di tartufi nella capitale, e conseguenza di un attivo afflusso dalle zone di ricerca e di provenienza.

Particolarmente interessante è una raccomandazione del Latini relativa ai tartufi che recita:

 

"Avvertasi di non apparecchiar tartufoli negri in alcuna vivanda, se prima non sono fatti in fette, e posti in acqua calda, e poi nella fresca, acciò perdano quell’odore sulfureo che tengono, li bianchi altresì possono adoprarsi liberamente, essendo buonissimi, al contrario di Roma, che li bianchi tengono mal sapore, e li negri son buoni, e mettendo nei piatti sugo di limone, ed altri acidi, non si mettano che nel portarli in tavola, perché diverrebbero amari".

 

Tornando al tartufo nelle ricette, è da rilevare che quando si vanno ad analizzare i testi degli autori citati, ci si trova di fronte ad una vera esplosione di presenza di tartufi, sia nel numero delle ricette, sia nel contenuto quantitativo.

Il raffronto con i libri di cucina delle epoche successive, che, in sostanza, hanno un numero molto limitato di ricette con presenza di tartufi, conferma quanto già detto in relazione alla rilevante quantità di tartufi che affluivano, a Napoli nei secoli presi in considerazione.

Un rapida sintesi delle ricette nelle quali compare il tartufo, contenute nei testi del Latini, del Corrado e del Buonvicino, ci indica:

 

-        Nelle pietanze a base di carni , e qui si tratta in generale delle carni più delicate:

 

§            accoppiamento con la carne di vitella; viene indicate la vitella Mongana di Sorrento

§            riempimento di volatili a pollame, fatti allo spiedo, o stufati, o cucinati sulla brace

§            minestre a base di animella, di bottoni di pollastri, di carciofi e di funghi

§            riempimenti di pasticci ovverosia di paste farcite con carne ed ingredienti vari tra i quali i tartufi

§            interi, o a fettine, o triturati.

§            piatti composti.

 

-        Nelle pietanze a base di pesce:

 

§            con i pesci lessati

§            nelle minestre e brodi di pesce, in fettine talvolta soffritte in precedenza

§            nei pasticci

§            nei piatti composti, in particolare in piatti di crostacei e di molluschi; particolare interessante sono i tartufi interi,vuotati all’interno, e farciti con ostriche.

 

-         Nelle pietanze a base di verdure e frutta:

 

§            nelle insalate

§            nelle minestre

§            nei pasticci

§            insieme a fette di arance

§            Negli hors d’oeuvre.

§            Nelle salse.

 

Sarebbe noioso e lungo, in questa sede, descrivere nel dettaglio le ricette, ed esulerebbe dallo scopo che mi sono prefissato di richiamare l’attenzione sulla presenza notevole del tartufo nella antica cucina napoletana.

Tuttavia poiché vedo ampiamente rappresentati gestori e chefs di ristoranti della nostra zona, raccomando caldamente ad essi un ritorno al passato, e quindi ho il piacere di segnalare loro la mia disponibilità per incontrarli e per descrivere nei particolari le antiche ricette che ho selezionato.

E sarebbe per me grande soddisfazione, e premio a questa mia modesta fatica, poter leggere un giorno nei loro menù la proposta di pietanze a base di tartufi con l’indicazione della ricetta d’epoca.

Lo scopo di questo incontro e la valorizzazione e la promozione del tartufo di Campoli; mi auguro quindi di vedere inserita in futuro nei menù in luogo della indicazione generica di pietanze a base di tartufo la  precisazione: “tartufo di Campoli”

Nel congratularmi con i promotori di questa manifestazione, li ringrazio per avermi fornito l’occasione di una ricerca che ha rappresentato per me un piacevole arricchimento conoscitivo, ed uno stimolante diversivo culturale.

28 marzo 2012
vita scolastica
Anche i tecnici hanno un cuore

Sono stato allievo e docente, oggi sono un tecnico. Di tanto in tanto mi occupo di formazione nel campo della sicurezza sul lavoro. Le mie docenze sono state rivolte prevalentemente agli addetti ai lavori o ai ragazzi di istituti per geometri. I ragazzi, si sa, prestano più  attenzione ad un personaggio qualsiasi, basta che la sua immagine sia filtrata dai cristalli liquidi di una TV (parlare di tubo catodico sarebbe desueto!); immaginarsi quando si ha di fronte un pinco pallino qualsiasi che parla di sicurezza sul lavoro, (materia, tra l’altro aliena al loro corso di studi) senza la verve di un Benigni che recita Dante o parla dell’Inno italiano. Invece no. Stamane mi sono trovato, senza poter preparare accuratamente l’intervento a causa del breve preavviso, in un istituto tecnico economico, il Vittorio Emanuele II di Napoli, dove ho parlato dopo un altro relatore, quando la curva dell’attenzione non era certamente al massimo. Meraviglia! Gli spettatori (quasi tutte ragazze) normalissimi, con le loro sneakers, i jeans strappati ed i piercing, non solo hanno continuato ad ascoltare in educatissimo silenzio, ma sono stati pronti ad intervenire con domande chiare, interessate ed interessanti, mostrando attenzione e preparazione. Quando mi fanno i complimenti per il comportamento dei miei figli, da cristiano, penso che sono un dono del Signore, e, trovando un’assemblea così, mi accorgo che oltre ad esserci genitori che non hanno abdicato al ruolo, vi è anche un corpo docente e non (dalla Preside al più giovane assistente) che si rimbocca le maniche, ed è probabilmente disposto a sorbirsi dosi consistenti di veleno.

Non sono come Alda Merini, che nei versi dichiarava di non avere bisogno di denaro, ma questo intervento è stato, per me, una lezione che “ha risvegliato emozioni e dato colori nuovi”.

Complimenti al corpo docente e auguri ai ragazzi.

21 marzo 2012
SOCIETA'
Dov'è la Commissione Tributaria? A Poggioreale

Già è capitato con l'ARPAC, sempre negli stessi edifici, della stessa proprietà. E' un caso o portano sfortuna?


19 marzo 2012

tra gli arrestati anche un noto docente universitario di diritto tributario

«Insospettabili» e clan: 47 arresti
In manette 16 giudici tributari

Coinvolti funzionari delle commissioni tributarie provinciale di Napoli, un dirigente dell'Ufficio del Garante del Contribuente e un impiegato delle Entrate

NAPOLI - Militari del Comando provinciale di Napoli della Guardia di Finanza hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, nei riguardi di 60 persone, 16 delle quali svolgono le funzioni di giudici tributari. Nell'inchiesta sono coinvolti esponenti del clan camorristico Fabbrocino, egemone nell'area vesuviana e nel nolano, funzionari e impiegati delle commissioni tributarie provinciale di Napoli e regionale per la Campania, un funzionario dell'Ufficio del Garante del Contribuente della Campania, un funzionario dell'Agenzia delle Entrate, un commercialista e un docente universitario: si tratta di Enrico Potito, professore di Diritto Tributario della facoltà di Economia della Università Federico II di Napoli.

22 IN CARCERE, 25 AI DOMICILIARI - Le misure cautelari sono complessivamente 60: per 22 persone è stata disposta la custodia in carcere, per 25 gli arresti domiciliari, per 13 il divieto di dimora a Napoli.

SEQUESTRO DA UN MILIARDO - Le Fiamme Gialle hanno, infine, sequestrato quote societarie, titoli azionari, fabbricati, conti correnti, terreni ed automobili per un valore di un miliardo di euro. Alle persone coinvolte nell'inchiesta, quasi tutte bloccate in Campania, solo alcune in Lombardia, sono contestati reati che vanno dal concorso esterno in associazione camorristica al riciclaggio, dalla corruzione in atti giudiziari al falso.

CORRUZIONE - L'inchiesta riguarda «affari» illeciti di esponenti di rilievo del clan Fabbrocino. Attraverso le indagini della Guardia di Finanza si è poi progressivamente allargata ad altre operazioni illecite, fino a coinvolgere imprenditori operanti nei settori della commercializzazione del ferro, della compravendita immobiliare e della gestione di alberghi ed ha infine chiamato in causa giudici tributari e funzionari pubblici. Inquirenti e finanzieri hanno, infatti, accertato che decine di contenziosi tributari sarebbero stati oggetto di episodi di corruzione e che in tal modo si sarebbero risolti in maniera favorevole ai ricorrenti, spesso in odore di camorra, con grave danno per le casse dello Stato.

L'IMPERO DEI RAGOSTA - L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Federio Cafiero de Raho, e dai pm Francesco Curcio, Alessandro Milita e Ida Teresi è concentata sulle attività degli imprenditori Ragosta che, attivi nel settore siderurgico, nel corso degli anni hanno messo in piedi un vero e proprio impero economico con l'acquisto, tra l'altro delle Acciaierie Sud, di alberghi a Taormina e a Vietri sul Mare, un palazzo storico a Roma e del biscottificio Lazzaroni. Secondo quanto emerso dalle indagini, i Ragosta avrebbero reimpiegato denaro del clan Fabbrocino che opera nella zona vesuviana.

I GIUDICI ARRESTATI - Ecco chi sono i 16 giudici tributari nei riguardi dei quali è stata emessa ordinanza di custodia cautelare dalla magistratura di Napoli: - In carcere: Anna Maria D'Ambrosio, Vincenzo Esposito, Massimo Massaccesi - Ai domiciliari: Angelo Delle Cave, Pasquale Riccio, Francesco Rippa, Corrado Rossi, Paolo Rossi, Francesco Sapignoli, Eligio Leonardo Scinto, Graziano Serpico, Lucio Stabile, Roberto Trivellini, Umberto Vignati, Raffaele D'Avino, Aldo Del Vecchio.

Redazione online







15 febbraio 2012
Rattus norvegicus - Vedi Napoli e poi muori
In vacanza dalla Norvegia: vedi Napoli e poi muori!






Volevo denunciare un caso di alto degrado urbano a Via Gianturco 12 . Come evidenziato dalle foto è stato impiccato un topo di grossa taglia appeso con una corda ad un albero.

Lavoro in una azienda a pochi metri e dei colleghi (che stavano ridendo) mi hanno segnalato questa cosa. Io invece ho ritenuto denunciare l'accaduto e avere una prova fotografica che allego.


Davide P. - NAPOLI

Domenica 12 Febbraio 2012 - 16:11    Ultimo aggiornamento: 16:19

30 dicembre 2011
CULTURA
In giro per il centro storico di Napoli

In coda per attendere un tavolo libero alla pizzeria "Da Michele" - Via Cesare Sersale, 1 (http://damichele.net/)




In coda davanti una pizzeria a Via dei Tribunali



Friggitoria d'è figliole - Via Vecchia Giudecca (http://www.lapilli.eu/lapilli1/index.php?option=com_content&view=article&id=419:sofia-loren-e-la-pizza-fritta&catid=67:gastronomia&Itemid=92)


Via Vecchia Giudecca


Il ripieno fritto "completo": cicoli (http://www.sito.regione.campania.it/agricoltura/Tipici/tradizionali/cicoli.htm), ricotta, mozzarella (o meglio fior di latte), salame, pomodoro


Il cartello non si nota, ma indica il divieto di transito a mezzi con altezza superiore a m 3,80. E se qualcuno con un mezzo di altezza superiore giunge fin lì cosa si fa? Si chiama un elicottero? Si distrugge il mezzo sul posto?


Una signora si gode la bella giornata fuori il suo appartamento al piano terra a Vico dei Panettieri (angolo Via dei Tribunali)


L'accesso a Napoli sotterranea (http://www.napolisotterranea.org/)


Un portone adiacente l'ingresso a Napoli sotterranea


Napoli sotterranea




Testine in terracotta a San Gregorio Armeno


Testine e gambe in terracotta a San Gregorio Armeno




Viva la sincerità


Napoli è la patria del gioco, del lotto in particolare. A Natale regna la tombola


triccabballac


Corni anti jella










Attività commerciale sotto la chiesa di San Paolo Maggiore (http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Paolo_Maggiore)


Deposito sotto le scale di accesso a una chiesa
2 ottobre 2011
La città proibita di Napoli

Il reportage che cito, mi ha invogliato a scrivere questo post.

Napoli non è una sola, di fatto, è composta da tanti quartieri, che sono le città nelle città e all'interno di uno stesso fabbricato possono convivere più Napoli.

In quella che ho battezzato “Città proibita”, vale a dire il triangolo Chiaia, Posillipo, Vomero, dove le abitazioni costano da un minimo di 4.000 fino a 15.000 e oltre Euro al metro quadro (gli oltre si riferiscono alle ville dove, affacciato dal giardino o dal balcone puoi pescare a mare e che hanno l’approdo privato, sempre dal mare). In questa zona convivono: artisti, stimati professionisti, imprenditori, commercianti, che hanno in comune la ricchezza economica, ma non sempre sono dei “Signori” e naturalmente, chi le ricchezze le ha tratte ai confini (ma molto oltre) la legalità, Infine in questa città proibita vivono quelli che “vorrei, non posso, ma ci sono lo stesso”.

Chi appartiene a quest’ultima categoria? In primis, coloro che pur di vivere in questi quartieri (così da frequentare e far frequentare, ai figli, le persone “giuste”), si contentano di appartamenti collocati spesso in seminterrati (parliamo di edifici in zona collinare, quindi su strade acclivi), o anche a piani più alti, ma che architettonicamente, sono delle stamberghe. Ma siamo in democrazia e ognuno dispone come meglio crede delle proprie risorse finanziarie. Ora veniamo al dunque…. A Napoli, come in tante città italiane, ci sono (ormai, quasi c’erano) edifici di proprietà pubblica, collocati in questi quartieri iperchic, gli appartamenti, che di sovente superavano i 150 metri quadri, venivano dati in locazione, rigorosamente ad “Equo canone”, in teoria a famiglie con basso reddito, a sfrattati e a tutti coloro che avrebbero dovuto appartenere a fasce socialmente svantaggiate. Il caso ha voluto che in queste condizioni erano sempre grand commis, politici, sindacalisti, e grigi travet della pubblica amministrazione. Il “Quasi c’erano” è dovuto alle cartolarizzazioni, dove ricordo che per gli immobili non venduti all’asta (quindi a prezzi i mercato), si è proceduto a vendite “scontate” (se non ricordo male, fino al 40% in meno), sui prezzi stimati dalle stesse amministrazioni, ai cui vertici, probabilmente vi erano gli stessi abitanti degli alloggi  (nel cui caso, sarebbe stato un conflitto di interessi con cifre a molti zeri). Per Napoli, parliamo di fabbricati a due passi da piazza del Plebiscito, da via Partenope (lungomare), dal porto di Mergellina, dalla Floridiana o da Posillipo alta (zona prediletta dai calciatori del Napoli). I prezzi ad equo canone, erano stabiliti per legge e gli alloggi assegnati con rigidi criteri, dove, attraverso questo crivello, passavano, di sovente, politici, sindacalisti, grand commis e travet (in alcuni casi, ho sentito parlare di canoni pari al 20% del libero mercato). I prezzi di vendita di cui ho, sempre sentito parlare (da notare che in alcuni casi, questi edifici erano classificati popolari!) non li riporto, ma vi dico che se avessi venduto il mio appartamento nella periferia di una città della provincia di Napoli, a parità di superficie, avrei potuto acquistare due appartamenti che oggi, con la contrazione del mercato venderei a circa 1.600.000 Euro contro il valore del mio appartamento che è pari a circa il 20% di quanto hanno investito i “vorrei, non posso, ma ci sono lo stesso”.

 

Napoli milionaria

Negli otto chilometri tra Chiaia, Posillipo e il Vomero c'è una città felice, ricca e poco conosciuta. Fatta di imprenditori, professionisti, artisti. Che, nonostante camorra e degrado, dicono di vivere nel migliore dei mondi possibili

 

L’altra Napoli sta tutta in otto chilometri quadrati. Chiaia, Posillipo, qualche zona del Vomero bas­so. Otto chilometri quadrati dove vive meno di un decimo della popolazione, e dove si concentra l'80 per cento della ric­chezza della città. Professionisti, nobili, arricchiti, professori, imprenditori e ren­tier, la minuscola borghesia vive tutta qui. Quella che è rimasta, perché in molti so­no andati via da un pezzo. Qui ci sono le griffe e i negozi d'alta moda, i baretti del­la movida e le discoteche, i ristoranti più chic a fianco alle pizzerie che riciclano i soldi sporchi, le barche ormeggiate da­vanti ai circoli nautici di via Caracciolo. Qualcuno ha comprato ai figli qualche appartamento con terrazzo agli ultimi piani dei Quartieri Spagnoli, enclave po­polare incastonata in mezzo alle strade delle boutique, ma è un'eccezione: diffici­le che i nativi escano fuori del bunker. Bar­ra e Scampia sono lontani come un paese esotico. «Non prendeteci in giro però. Non parliamo dei nobili napoletani come fossero dei rincoglioniti». Il duca Vincen­zo Caracciolo d'Acquara sta rinchiuso nella dimora di famiglia sopra piazza dei Martiri. «La monnezza è arrivata anche qui, la camorra pure. Io? Ho gestito bene la mia vita. Ho giocato a hockey sul ghiac­cio da ragazzino, ho corso in Formula 3 negli anni '80, ora allevo cavalli nella mia casa di campagna». Il romanzo che sta scrivendo tra gli arazzi del Cinquecento si chiamerà "211". «Parlerà della base mi­litare che Hitler fece costruire al Polo Sud e che non fu mai trovata». A 30 metri da casa sua c'è l'albergo di Franco Calandro, ingegnere che con la moglie notaio ha aperto nel 2004 Palazzo Alabardieri. «Mio figlio ha seguito un master alla Luiss, il settore turistico gli è sempre piaciuto, e così abbiamo investito su di lui. Per fortuna abbiamo avuto successo im­mediatamente. La clientela è soprattutto fatta di businessman, la location è splen­dida. A Ghiaia? Si vive ancora bene, è un'oasi in mezzo al deserto. Nel "quadri­latero" la qualità della vita è alta. Ci sono garanzie che il resto della città si sogna. Forse perché l'abbiamo difeso bene e non è un caso che qui le case più belle costano oltre 15mila euro al metro quadro». An­che di più, se a Posillipo vuoi comprarti una villa con piscina e discesa a mare.

Lo studio dell'artista e fotografo Paul Thorel è a 100 metri di distanza. Lo stu­dio è enorme, 300 metri quadri che affac­ciano su un giardino, dentro un grande ar­chivio, opere d'arte appese dappertutto, una segheria al piano terra per fare a ma­no le cornici delle foto. «Mi sono trasferi­to a Napoli nel 1994, prima abitavo a Ro­ma. Resto qui perché è un posto interes­sante. Ancora oggi. Innanzitutto perché c'è il mare, io faccio soprattutto paesaggi marini». Thorel quando può va in barca. L'altra Napoli, ovviamente, sa che i con­dizionamenti criminali arrivano ovun­que. «Che le devo dire, io faccio l'artista, ho necessità di immergermi nei posti "marginali", dove mi posso sentire dav­vero libero da condizionamenti culturali e politici. Quando ho voglia di moderni­tà e del contemporaneo, prendo un aereo e vado nel mio appartamento di Parigi».

Chi resiste non sempre ha il coraggio dì superare il muro immaginario che separa gli otto chilometri dal resto della città. Co­me gli inglesi che vivevano nella colonia di Hong Kong, gli intellettuali la Napoli popolare la vivono come fosse uno sfon­do, una quinta. Altri, in pochi, provano a immergersi dentro la Napoli più difficile, quella che finisce sui giornali o in tv. Fran­co Rendano, 62 anni, vive a via Cappella Vecchia, a due passi da piazza dei Marti­ri, e ha due lavori. Chirurgo e animatore culturale. Ha inventato in un antico lani­ficio fatiscente vicino Porta Capuana il Lana 25, destinato a pittori, musicisti, at­tori e performer. «Non chiamatemi mece­nate, detesto il termine. Io non commis­siono opere d'arte, ma investo per creare luoghi d'incontro, che spero facciano co­noscere i diversi movimenti culturali pre­senti in città. Ora stiamo organizzando il secondo Festiva! del Pensiero emergen­te». Tema: "L'inesistenza".

Dal suo terrazzo di via Orazio, Lilli Al­bano guarda la città dall'alto, il solito in­credibile spettacolo. «Noi che viviamo negli orto chilometri ce la possiamo gode­re tutta, la bellezza, senza pagare il prez­zo altissimo come quelli che vivono in basso. Però non abbiamo la coscienza pu­lita. Perché qui chi potrebbe non fa quan­to dovrebbe». Editrice dell'emittente lo­cale Canale 8, ammette di essere una pri­vilegiata. «Siamo in tanti a essere fortuna­ti. E pochissimi fanno attenzione al socia­le. Le signore bene organizzano feste di beneficenza e ricevimenti che servono so­lo al loro ego e alla loro immagine. Sa chi fa di più per la città? La gente onesta dei quartieri popolari. Comunque io non potrei vivere da nessun'altra parte». La Na­poli dei "chiattilli", delle piattole, la chia­mano così quelli che la disprezzano o la invidiano, non parla mai con quella delle periferie. Dove c'è troppa povertà, il de­naro vale ancora di più, e le distanze tra classe agiate e proletariato crescono. L'in­contro quasi sempre diventa scontro. Co­me a piazza Vanvitelli, ex salotto buono del Vomero spesso in prima pagina della cronaca per liti e risse, dove la metropoli­tana collinare scarica "i borga tari" di Scampia facendo scappare í figli della buona borghesia intenti nell'aperitivo e nello shopping.

Il notaio Sergio Cappelli, 53 anni, è a Napoli solo sabato e domenica, il resto del tempo va in Calabria. Immenso apparta­mento a via Crispi, dice che sotto il Vesu­vio è soddisfatto «innanzitutto perché non ci devo lavorare». Meglio Cosenza, dunque. La storia degli otto chilometri non lo convince. «In tutte le grandi città si campa bene se sì hanno grandi disponibilità economiche. Anzi: qui pure se non hai un reddito a cinque zeri puoi stare in grazia di Dio». Cappelli ha una collezione d'arte contemporanea pazzesca, ed è famoso per le feste leggendarie prese d'assalto dalla città che conta. Qualche volta ci capita anche Federico D'Angelo Giordano, avvocato di 38 anni, socio di una società di charter di barche a vela. Quando può, insieme all' amico di una vita Federico Florena, architetto che ha lavorato per Renzo Piano e Norman Foster, si gode il maestrale del Golfo. «Napoli è come Rio de Janeiro: lì girano con la tavola da
surf sotto braccio, qui se hai i soldi prendi e te ne vai a fare un bagno a Capri, vai a mangiare a Nerano, puoi fare un salto a Positano o a Ischia, posti tra i più belli del mondo. Ma la città è andata. E in mano alla camorra, gli imprenditori per bene difficilmente prevalgono. Chi può riciclare denaro vince sempre sulla concorrenza che rispetta le regole». L'avvocato però
ammette: «La vita che faccio qui a Milano, Londra o Parigi me la sognerei». Rinchiusi negli otto chilometri i ricchi, nonostante tutto, non possono lamentarsi.

ha collaborato Duccio Giordano

 

 

sfoglia
  
Rubriche
Link
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.
Curiosità
blog letto 1 volte