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5 dicembre 2013
POLITICA
Premiata Norcineria "Consulta" - Roma
Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c'era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.
George Orwell "La fattoria degli animali"

21 aprile 2012
POLITICA
Grazie Roma
7 febbraio 2012
POLITICA
Roberto Calderoli: «Basta correggere alcuni errori di quella attuale»

martedì 7 febbraio 2012

Legge elettorale

Roberto Calderoli: «Basta correggere alcuni errori di quella attuale»


Traduzione grafica dal padanaro all'Italiano:



26 aprile 2010
POLITICA
Federalismo si, Federalismo no
Riporto una, lunga, serie di articoli, ma ritengo tutti interessanti, sul federalismo.

Ho solo tre commenti: 
  • fortunatamente c'è chi dice al Re che è nudo;
  • quando Stefano B. Galli, ci fa il paragone dell'impianto di riscaldamento a gasolio, io Gli dico, che non passerei mai all'impianto a metano se non c'è il progetto di un tecnico qualificato a monte. Perché, dando per certo che ho valutato l'investimento, trovando conveniente il passaggio al metano, è anche vero che un impianto progettato o realizzato male rischia di comportare maggiori spese o essere conseguenza del crollo dell'edificio (e questa parte dell'esempio potrebbe calzare fin troppo bene!). A quel punto mi tengo il più costoso ed inquinante impianto a gasolio, ma certamente più sicuro.
  • non sarebbe meglio partire  abolire prima le province? Del resto, se la memoria non mi tradisce, era nei programmi elettorali del PDL, quindi con le risorse umane ed economiche liberati, si potrebbe dare già una base economica al federalismo.
Ma so benissimo di illudermi, "chisti so' squali che sàgliene 'nterra 'a rena" (traduzione: questi sono squali che arrivano sulla spiaggia, ovvero non sei mai al sicuro)



I tentativi di dialogo tra il governo e Bossi

ORA DICO BASTA AL FEDERALISMO

Il governo Prodi regge l' anima con i denti e l' opposizione (Berlusconi) lo vuole morto e basta: nessun accordo su niente. Ma ecco - sorpresa, sorpresa - che dai meandri oscuri di Montecitorio sbuca un progetto di riforma costituzionale: un disegno di legge già stilato e già sottoposto alla Commissione Affari costituzionali presieduta dall' onorevole Violante. È sorpresa perché finora sapevamo che Prodi e la sua striminzitissima maggioranza erano mobilitati come un sol uomo (o donna, la bravissima Anna Finocchiaro) nel far passare la Finanziaria. Ma ora sappiamo che alla Camera c' è chi lavora 48 ore su 24, e con altrettanta urgenza, per varare un «progettino» costituzionale. Sì, progettino; perché è monumentalmente lacunoso. Le riforme costituzionali davvero necessarie e urgenti sono due: l' introduzione della sfiducia costruttiva (il premier non può essere dismesso senza la contemporanea indicazione del suo successore), e la preminenza del capo del governo stabilita dal fatto che solo lui si presenta al Parlamento per la fiducia (il che implica che i suoi ministri possono essere cambiati a sua discrezione). Ma di queste due riforme nel progettino in questione non c' è traccia. L' intento è soltanto di stabilire alla chetichella che il nostro Paese è oramai «federale». Dopo divagazioni varie, nell' articolo 7 del progettino si legge: «L' articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente: la funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente (sic!) dalla Camera dei Deputati e dal Senato federale della Repubblica...». Federale? Se così, si dovrebbe cominciare dal modificare l' articolo 1 che sinora dice così: «L' Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ma, appunto, siamo al cospetto di un progettino (ino, ino). Quale ne è il senso? Per parafrasare Andreotti, pensare male è peccato, ma è anche, spesso, pensare il vero. E il vero è, sospetto, che il Palazzo di sinistra si vuole ingraziare Bossi per aiutare il governo Prodi a sopravvivere. Come già in passato, si svende il Paese per trenta denari. E su questa premessa dico la birbonata che covo in seno. Ho sempre chiesto: quanto costerà il federalismo? Costerà non solo in denaro (in sprechi di denaro) ma anche in inefficienze e appesantimenti burocratici aggiuntivi? Come forse qualcuno ha notato, sul punto è calata una cappa di silenzio. Mistero. Ma ora il mistero è svelato da una fotografia concreta, visibile, dell' Italia così come effettivamente è, e cioè da La Casta di Rizzo e Stella. Il volume ha già venduto un milione di copie, e spero che ne continuerà a vendere. Vorrà dire che c' è un largo e crescente pubblico in grado di capire come sarà (Dio non voglia) un' Italia federale. S' intende che l' Italia non è tutta come descritta da Rizzo e Stella. Ma l' Italia che descrivono è già sufficiente, più che sufficiente, per mandare tutto il Paese a picco. Rinvio a un' altra occasione l' illustrazione del nostro record di non-governo e di malgoverno romano. Resta il fatto che strade e ferrovie, rigassificatori, centrali elettriche, inceneritori di rifiuti, eccetera, sono sempre più bloccati, ovunque, da amministrazioni locali «ricatto» che chiedono soldi e benefici per concedere permessi. Se non vogliamo che il Paese precipiti sempre più nel caos, nella paralisi burocratica e nelle distorsioni clientelari, il federalismo non va attuato ma disattivato. Non sono il solo a pensarlo; resterò il solo a dirlo?

Giovanni Sartori

Pagina 1
(3 novembre 2007) - Corriere della Sera




Sartori e il Senato federale

Centrosinistra e Lega Non c' è un patto oscuro

Caro direttore, «Le riforme costituzionali davvero necessarie e urgenti sono due: l' introduzione della sfiducia costruttiva (il premier non può essere dimesso senza la contemporanea indicazione del successore) e la preminenza del capo del governo stabilita dal fatto che solo lui si presenta al Parlamento per la fiducia (il che implica che i ministri possono essere cambiati a sua discrezione). Ma di queste due riforme nel progettino in questione non c' è traccia». Così scriveva ieri sul Corriere Giovanni Sartori, concludendo che lo scopo del «progettino» di riforma che l' Aula di Montecitorio comincerà a votare martedì 6 novembre sarebbe solo quello di introdurre alla chetichella l' aggettivo «federale», sperando che, in cambio, la Lega aiuti il Governo. Le cose non stanno così. Mi preme rilevarlo per la figura di studioso del professor Sartori e perché egli chiama in gioco la mia responsabilità di presidente della Commissione che ha preparato il progetto. La fiducia al presidente del Consiglio dei ministri, e non più, come oggi, al Governo, è espressamente prevista dall' art. 15 del progetto. Coerentemente, un altro articolo prescrive che il Presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio nomini e revochi i ministri. La sfiducia costruttiva è stata approfondita dalla Commissione e sono emerse alcune delicate questioni politiche, prima fra tutte l' equilibrio tra il potere del Parlamento di scegliere un governo diverso, se quello in corso ha fallito, e il rischio di mercanteggiamenti per capovolgere la maggioranza vincitrice delle elezioni. Perciò abbiamo deciso di discuterla direttamente in Aula sulla base di emendamenti che sono stati presentati da deputati di maggioranza e di opposizione. La istituzione del Senato federale non è frutto di un oscuro patto con la Lega; è il completamento della riforma approvata nel 2001 dal centrosinistra. Il federalismo è una forma di governo in cui il potere è suddiviso, per mezzo della Costituzione, tra autorità centrali e autorità periferiche. Negli Stati federali, inoltre, le autorità periferiche hanno una propria rappresentanza nazionale nel Senato Federale. La suddivisione del potere tra Stato e Regioni è stata già effettuata nel 2001. L' attuale progetto completa quella riforma istituendo il Senato federale. Saranno infatti Regioni, Comuni e Province ad eleggere i futuri Senatori. Sartori, infine, denuncia i costi del federalismo. Su questo ha ragione da vendere. Ma l' aumento dei costi è avvenuto per colpa del centralismo, non del federalismo. Infatti lo spostamento di funzioni dallo Stato alle Regioni ovvero dalle Regioni a Province e Comuni, non è stato quasi mai accompagnato dallo smantellamento degli enti che esercitavano le funzioni poi decentrate. Il raddoppio degli organismi ha moltiplicato i costi. Forse la vera lacuna del progetto sta nel non aver proposto una norma che imponesse la cancellazione degli organismi diventati inutili per effetto del conferimento delle loro funzioni ad altri enti. Proporrò l' integrazione ai due relatori del progetto, i deputati Amici e Bocchino, e ringrazio il professor Sartori per il suggerimento che è nato dalle sue considerazioni.

Luciano Violante

Pagina 32
(4 novembre 2007) - Corriere della Sera



RISPOSTA A VIOLANTE

Costi e Inefficienze del Federalismo

Ringrazio l' onorevole Luciano Violante per la cortesia con la quale mi ha risposto sul Corriere il 31 ottobre scorso e per le sue precisazioni. Che cominciano segnalandomi che mi sono sbagliato sul rafforzamento del capo del governo, visto che io non l' ho visto mentre nel «progettino» c' è. * * * Risposta a Violante I costi e le inefficienze del federalismo Vedine l' articolo 15 dove si stabilisce che la fiducia del Parlamento viene data al solo presidente del Consiglio. Sì, ma subito dopo no. Perché subito dopo l' art. 15 impone al presidente di presentare entro dieci giorni «il Governo alla Camera per ottenerne la fiducia». E allora? L' articolo è contraddittorio, scrive con la mano destra quel che cancella con la sinistra (complimenti alla lucidità degli estensori) e così lascia le cose come sono. Quindi, quel rafforzamento per me non c' è. Quanto all' altra riforma della quale lamentavo l' assenza - l' introduzione dell' istituto della sfiducia costruttiva - l' onorevole Violante mi rivela che è rinviata all' Aula per «delicate questioni» quali «il rischio di mercanteggiamenti per capovolgere la maggioranza». Insomma, l' incaglio è qui il famigerato «ribaltone»; una invenzione tutta italiana che non esiste in nessun altro ordinamento giuridico per la buona ragione che distrugge la flessibilità del sistema parlamentare, e così il suo maggiore pregio. Dal che ricavo qui che l' istituto va benissimo così com' è e che se lo ritoccheremo lo sciuperemo. A mio sommesso parere, s' intende. Debbo anche chiarire che io non ho scritto di un «patto con la Lega». Il mio discorso sottintende una captatio benevolentiae non pattuita. Insomma, una ripetizione dell' adescamento inutilmente e infelicemente tentato dal centrosinistra con la riforma del 2001. Aggiungo che il punto debole, o più debole, della «riformina» in questione è che non si può stabilire se un Senato sia federale o no senza prima stabilire come viene eletto, e cioè se esprime o no una rappresentanza territoriale (che è del tutto diversa, preciso, dalla rappresentanza individuale). Mettere la carrozza davanti al cavallo rivela una fretta molto sospetta. Infine la questione dei costi del federalismo. Lei asserisce che l' aumento dei costi è avvenuto «per colpa del centralismo e non del federalismo». Mi permetto di dissentire. Tutti abbiamo sempre saputo sin dal tempo dell' istituzione delle Regioni che il personale dello Stato (ministeri e parastato) non si sarebbe mai trasferito altrove, e quindi che le burocrazie decentrate sarebbero state aggiuntive. Né si tratta soltanto di cancellare «organismi diventati inutili». E poi il problema è che il personale «raddoppiato» si risolve, per mezza Italia, in uno sfascio, in un sistema di clientelismo e di familismo politico che non ha nulla a che vedere con un' amministrazione decentrata, ma moltissimo a che vedere con una putrefazione localistica. I costi dei quali stiamo parlando non sono soltanto sprechi di denaro; sono anche, e sempre di più, costi di inefficienza e di disfunzioni. Li vogliamo rendere intoccabili, e persino eternizzare, sotto le mentite spoglie di un federalismo?

Giovanni Sartori

Pagina 001.032
(5 novembre 2007) - Corriere della Sera

n. 238 del 2008-10-04 pagina 0

Addio pacchia di Stato, arriva il federalismo
di Gian Maria De Francesco

Il governo vara il disegno di legge che riforma i trasferimenti agli enti locali. Sarà ineleggibile chi non amministra bene. Trovati i soldi per Roma, Catania e l’abolizione dell’Ici. Tremonti: riforma epocale

Roma - «Quella del federalismo fiscale è una riforma storica». Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non si è certo mascherato dietro un velo di falsa modestia. Il ddl delega approvato ieri in Consiglio dei ministri ha una portata epocale e come ha detto lo stesso titolare del Tesoro «sarà nel bilancio dei Comuni che ognuno potrà leggere come è amministrato».

Qual è la principale conseguenza del provvedimento che rivoluziona il sistema fiscale oltre a dare piena attuazione alla riforma costituzionale del 2001? È la responsabilizzazione dei centri di spesa locali e il controllo diretto dei cittadini sulle amministrazioni.

Autonomia. Di fatto finisce l’epoca della finanza derivata in base alla quale le Regioni e gli altri enti locali ricevono la maggior parte delle loro risorse dallo Stato senza alcun controllo sulla qualità della spesa e su eventuali inefficienze e sprechi. Con l’entrata in vigore del federalismo fiscale (che sarà regolato da due decreti legislativi da emanarsi entro due anni dall’entrata in vigore della legge) gli enti locali saranno autonomi e responsabili e potranno imporre tributi finalizzati al finanziamento delle funzioni loro attribuite. Le spese non saranno libere. Il criterio della spesa storica sarà sostituito da quello dei costi standard, ovvero saranno fissati parametri di costo per ogni servizio offerto dalla pa.

Meno Stato. L’autonomia impositiva delle Regioni (istituti dotati di potestà legislativa) non comporterà un aggravio della pressione fiscale. Il ddl prevede l’esclusione della doppia imposizione, fatte salve le addizionali locali, sulle materie di competenza locale. Le maggiori risorse finanziarie derivanti dalla riduzione delle spese determineranno una riduzione della pressione fiscale. Infine sarà istituita una vera e propria cabina di regia (la Conferenza permanente per il controllo della finanza pubblica) che dovrà verificare il buon funzionamento dei processi.

Rapporti. Le spese direttamente riconducibili al vincolo costituzionale riguardano i settori della sanità, dell’assistenza e dell’istruzione. Per ognuno di questi settori saranno fissati dei costi standard associati ai livelli essenziali. Il trasporto pubblico locale, non ricompreso in questi ambiti, sarà comunque finanziato in maniera adeguata. In particolare, le Regioni disporranno per i finanziamenti delle spese di tributi propri, di un’aliquota o addizionale Irpef e della compartecipazione regionale all’Iva. Anche i Comuni potranno imporre tributi propri, partecipare all’Irpef e fissare tributi di scopo legati a flussi turistici o alla mobilità urbana.

Perequazione. È prevista l’istituzione di un fondo perequativo da assegnare alle Regioni con minore capacità impositiva (cioè dotate di minore capacità fiscale per abitante anche perché meno popolose). Idem per le Province e le città metropolitane. Lo status di capitale di Roma sarà finanziato con l’attribuzione di un proprio patrimonio al Campidoglio.

Premi e sanzioni. È prevista l’introduzione di un meccanismo di premi e sanzioni per le amministrazioni più o meno virtuose. Per i casi di dissesto finanziario è ipotizzata l’ineleggibilità degli amministratori. Per quanto riguarda la transizione al sistema dei costi standard il periodo è di 5 anni per le materie non fondamentali.
Decreto legge. Il Consiglio dei ministri ha poi approvato un decreto legge contenente disposizioni urgenti per il riequilibrio economico e finanziario di regioni ed enti locali. Il dl stanzia complessivamente 1,31 miliardi di euro, ha spiegato il ministro Calderoli. Finanziati l’abolizione dell’ Ici e del ticket e i Comuni di Roma (500 milioni) e Catania (134 milioni).

n. 238 del 2008-10-04 pagina 8

«Il Mezzogiorno avrà delle garanzie Attriti con la Lega? Tutte invenzioni»
di Redazione

da Roma

Ministro Raffaele Fitto, come ne esce il Sud dal provvedimento sul federalismo fiscale?
«Ne esce bene non solo il Mezzogiorno ma tutto il Paese perché questa riforma ha il pregio di mettere insieme due questioni che spesso vengono viste in modo contrapposto: da una parte le garanzie al Sud, che con la perequazione in capo allo Stato ci sono tutte, e dall’altra la responsabilizzazione della pubblica amministrazione che dà un segnale chiaro nella direzione di un profondo cambiamento».
Si spieghi.
«Finalmente mettiamo insieme l’onere delle tasse con l’onore della spesa mentre fino a oggi c’è chi ha avuto solo il secondo. In questo modo si arriverà anche a un cambio di approccio di alcuni amministratori locali verso la spesa pubblica e, di conseguenza, a una sua riduzione».
Qualcuno obietta che il testo approvato è troppo generico...
«Abbiamo messo nero su bianco dei princìpi, e l’ampia condivisione che c’è stata mi pare un grande risultato. Certo, ora la palla passa al ministero dell’Economia che dovrà iniziare a raccogliere i dati per poi aprire un tavolo con gli enti locali e il governo».
Insomma, i tempi sono ancora lunghi?
«Abbiamo 24 mesi per l’attuazione della delega del governo e penso che sia stato saggio e prudente non ridurli. La materia è tecnica e molto complessa, per quantificare i costi standard serve prudenza. Poi, se si riuscirà a fare prima meglio ancora. Su questo voglio esser chiaro: non c’è alcuna intenzione di rallentare una riforma su cui il Pdl e il presidente Berlusconi sono impegnati in prima persona».
La Lega, però, avrebbe gradito tempi decisamente più rapidi...
«La Lega ha condiviso con noi tutti i passi che sono stati fatti, non vedo alcuna differenziazione. Passi, peraltro, condivisi anche da regioni, province e comuni. Non certo una cosa da sottovalutare, visto che un testo analogo del governo Prodi fu bocciato dalla conferenza unificata».
Si è scritto molto di un braccio di ferro tra lei e Calderoli...
«Falso. Abbiamo lavorato bene insieme, anche nelle fasi più delicate visto che il testo è stato oggetto di un confronto amplissimo e c’erano passaggi non semplici».
Il governo approva il federalismo fiscale, ma il giorno prima dà il via libera a finanziamenti a pioggia per gli enti locali. Non è un po’ contraddittorio?
«Non c’è stato alcun regalo. Abbiamo soppresso il ticket di dieci euro introdotto da Prodi e si è deciso di dare 434 milioni alle regioni per mancati introiti. Così per i 260 milioni che vanno ai Comuni per compensare il taglio dell’Ici».
E Roma e Catania?
«Due situazioni su cui abbiamo ritenuto opportuno dare un segnale. Ma certo non possono costituire la regola. Anzi, non si dovranno mai più ripetere».


n. 237 del 2008-10-03 pagina 0

Bilanci in rosso? Pagano i cittadini
di Mario Cervi

Il governo ha destinato un miliardo e mezzo a Regioni e Comuni per coprire i buchi della Sanità e per compensare i mancati introiti dell’Ici. Gli amministratori locali hanno un buon motivo per essere contenti, i cittadini hanno un buon motivo per essere attenti. Quando l’amministratore locale esulta il contribuente si preoccupa. Il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli ha brindato nei giorni scorsi - prima del miliardo di Tremonti - a «un successo per la nostra città», il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo s’è detto «molto soddisfatto».

Quale successo? Soddisfatto di che? Lo si spiega facilmente. Sia al Comune di Catania sia alla Regione Lazio è stato assicurato dal governo un robusto foraggiamento di denaro pubblico: che certamente non placherà, ma un po’ attenuerà la perenne fame pecuniaria di alcuni - troppi - enti locali italiani. Il Comune di Catania, retto dal centrodestra, ha avuto 140 milioni di euro - senz’altro a fondo perduto, lo si ammetta o no - per poter provvedere, trovandosi in bancarotta, ad alcuni elementari obblighi istituzionali e umani. Come il pagamento degli stipendi ai dipendenti, come il pagamento delle bollette all'Enel e di conseguenza l’illuminazione delle strade, come la raccolta dell’immondizia o la sepoltura dei morti paralizzate dagli scioperi. I 140 milioni sono una boccata d’ossigeno, per sistemare tutte le pendenze ce ne vorrebbero 700. Ma così il sindaco può vantare un successo, la città fallita può tirare avanti, tra feste e deprecazioni di passate spensieratezze: come i premi per due milioni e 130mila euro attribuiti alla dirigenza municipale, quasi che si fosse distinta per una gestione brillante.

Il soddisfatto Marrazzo - centrosinistra, ad attestare il carattere bipartisan dello sfascio - ha ottenuto dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi il trasferimento alla Regione entro il prossimo 5 dicembre di un miliardo e 300 milioni di euro, come prima tranche dei cinque miliardi che sia il «governatore» sia - a cascata - il sindaco di Roma Gianni Alemanno attendono da mesi per ripianare la voragine della Sanità. Da notare, in questo caso, il trionfale squillo di tromba di Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma. «Si tratta - ha declamato lo Zingaretti - d’un risultato figlio innanzitutto della battaglia politica a difesa dei diritti dei cittadini del Lazio portata avanti con tenacia e con coraggio dal presidente Marrazzo». Per la tenacia passi. Ma non vedo quale coraggio ci sia nell’accattonaggio politico. Nonostante innumerevoli e autorevoli promesse di riforma, di novella virtuosità, di austerità, continua a imperversare l’andazzo di sprecopoli.

La politica locale dilapida, e l’esecutivo deve intervenire soccorrevole: con soldi pubblici, ovviamente. Gli amministratori - una folla - che di questo sistema si sono giovati potranno adesso invocare l’alibi internazionale. Vedete - diranno - che anche negli Stati Uniti, cultori del liberismo economico e del mercato, si sta facendo ricorso alla mano pubblica per rimediare agli errori o alle colpe o ai brogli d’un management finanziario avido e incapace insieme. Perché dare addosso a noi? Per un paio di buone ragioni (quale che sia il giudizio sulle misure americane). La situazione delle casse comunali o provinciali o regionali dell’Italia sperperatrice non sono state scoperte adesso, d’improvviso. Denunce sulla loro esistenza e sulla loro scandalosa intollerabilità sono fioccate da inchieste, articoli, libri: da ogni possibile pulpito tranne quelli delle nomenklature politiche locali. E poi negli Usa molti responsabili delle malversazioni sono chiamati a risponderne penalmente e non gratificati da premi di produttività e da elogi.

Ma occupiamoci dell’Italia. Sulla quale aleggia l’annuncio d’un federalismo fiscale che - si sostiene - porrà fine alla sagra dei finanziamenti a pioggia e delle erogazioni agli spendaccioni penalizzanti i buoni amministratori. Invece siamo alle solite, ecco Marrazzo, ed ecco Raffaele Stancanelli, erede del flamboyant Umberto Scapagnini. I pagatori delle tasse, che sono invece grigi e anonimi, non si sentono tranquilli.

del 23 gennaio 2009, pag. 1

 

Ma niente scherzi sui costi dell'operazione


di Mario Cervi

La Lega è in festa dopo il sì definitivo del Senato al federalismo fiscale. Soddisfazione anche nel Popolo della libertà sia per il voto favorevole sia per l’astensione del Partito democratico. Da questo esito della votazione il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, veltroniano, ha tratto motivo per inneggiare a «una bella pagina di vita parlamentare». Evviva, evviva. Ma la gente comune, quella per intenderci che paga le tasse e assiste agli sperperi, ha motivo d’associarsi all’esultanza dei governanti e dei legislatori? Questa è la domanda fondamentale. Articolabile in un’altra domanda. Il federalismo porterà semplificazioni e risparmi oppure - come sempre è accaduto finora quando s’è avuto qualche conato - complicazioni e aggravi di spesa? Finché viene enunciato come obiettivo il federalismo ha pochi nemici. I guai vengono quanto si tenta di dargli attuazione concreta. Nel 1970 alcune competenze statali passarono alle regioni a statuto ordinario, ma nessun ministero snellì se non per brevissimo tempo l’organico, successivamente accresciuto. Sono state ricavate province nuove scorporandole dalle vecchie, le vecchie hanno mantenuto il loro personale e le nuove ne hanno acquisito. I precedenti sono scoraggianti. Invitato a spiegare quanto costerà il federalismo fiscale Tremonti ha risposto che non può farlo perché non lo si sa. Non esistono dati omogenei e condivisi e «avere dei dati ma non omogenei e non condivisi è come non avere dei dati». In un bell’articolo sulla Stampa di ieri Luca Ricolfi trovava stupefacente che «dopo dieci anni di prove di federalismo fiscale né il centrodestra né il centrosinistra si siano ancora preoccupati di predisporre la base di dati che occorre». Lo trovo stupefacente anch’io, pur non volendo incorrere nella moda del no pregiudiziale a ogni innovazione. Lasciamo la porta aperta alla fiducia, ma a una condizione. Che i dati arrivino presto, e che comunque non si dia via libera agli attesi «decreti attuativi» prima che il contribuente sappia quanto si spenderà, se si risparmierà, quanto si risparmierà (o quanto si spenderà in più). La Lega obbedisce a una pulsione politica della quale possiamo capire la logica e la necessità. Per Bossi il federalismo fiscale è più che una riforma utile - sempre che risulti tale - è «la Riforma». Questa fede in un dogma infallibile esige, nella dialettica delle istituzioni, una verifica di fatti e di dati. È ciò che i cittadini si aspettano, lasciando i brindisi alle camicie verdi. 

 

 

Al Senato una vittoria del metodo e un'incognita nel merito


del 23 gennaio 2009



di Stefano Folli

Quella che si è svolta al Senato è il primo tempo di una partita politica ancora lunga e incerta. Di sicuro non è l'avvento del federalismo fiscale, un'architettura ancora tutta da costruire. Tanto meno è il primo passo verso una riscrittura «condivisa» della Costituzione, un progetto ancora troppo ambizioso per questa contraddittoria legislatura.
Tuttavia, se la partita è politica, la Lega ha ottenuto il risultato che voleva. È vero, senza la copertura finanziaria e le previsioni di spesa il testo votato a Palazzo Madama è più che altro un «manifesto elettorale leghista», come ha detto qualcuno nel centrosinistra. Ma è, appunto, uno strumento di consenso, assai utile a Bossi in vista del voto di primavera. Sul piano politico, gli uomini del Carroccio hanno ragione di essere soddisfatti e il ministro Calderoli può ben sentirsi compiaciuto per il lavoro di tessitura portato a termine.
Questa volta il metodo del confronto ha funzionato, come ha rilevato il presidente del Senato, Schifani. Tanto che ognuno ieri sera, dal proprio angolo visuale, vedeva il bicchiere mezzo pieno. Della Lega si è detto. Ma anche Berlusconi, che dal federalismo non vuole grane, si è affrettato a garantire: tutti gli apporti dell'opposizione al testo saranno recepiti. E il Partito Democratico ritiene di aver dimostrato la propria buona intenzione riformatrice. Sottolinea Anna Finocchiaro: «abbiamo smontato il cliché dell'opposizione riottosa che dice sempre "no"».
Difatti il "no" lo ha detto l'Udc di Casini. Un "no" che ha irritato il Pd veltroniano, spiazzandolo in parte, ma che permette ai centristi di raccogliere l'attenzione di tutti gli scontenti e i diffidenti. Naturalmente nell'astensione del centrosinistra, compresa l'Italia dei Valori, c'è dell'altro: un calcolo politico piuttosto trasparente. Si ritiene che sia comunque opportuno mantenere un raccordo con Bossi, uomo vicino al popolo, perché prima o poi una Lega forte potrebbe creare problemi a Berlusconi. Più di quanto non sia avvenuto di recente.
È un calcolo che copra a malapena i diversi punti di vista presenti nel Pd. Si va dallo scetticismo dei popolari ex dc (compreso Follini), che si sono astenuti con l'aria di chi si prepara a dire "no" la prossima volta («lo faremo se le cifre promesse da Tremonti non ci convinceranno» ha già assicurato Rosy Bindi), alla tendenza iper-federalista dei "nordisti". Quelli che dicono, come Chiamparino: ci siamo astenuti perché abbiamo corretto il testo timido e «centralista» di Calderoli e continueremo così nei prossimi passaggi parlamentari. In altri termini, la Lega sarebbe troppo morbida.
Si tratta insomma di una partita a scacchi in cui ognuno tiene d'occhio il proprio elettorato. Di conseguenza tutti, da Bossi a Veltroni, trovano il loro interesse nell'accreditare la linea del dialogo.
Questo per quanto riguarda il metodo. Quanto alla sostanza del provvedimento, nessuno è in grado di essere ottimista sul serio. Il rischio è che un passo dopo l'altro si finisca per approvare una legge costituzionale senza i soldi per attuarla e senza la garanzia che in seguito, in un quadro più razionale, lo Stato risparmierà. E addirittura, come dice Berlusconi, che «le tasse caleranno».
Ma è una questione che riguarda il medio termine. Si vedrà. Per il momento prevale la convenienza politica. Non è la prima volta nella storia parlamentare.







15 aprile 2010

 

QUATTRO SCENARI PER UNA RIFORMA

Le incognite del federalismo

All’inizio la Lega parlava di secessione, poi è passata al federalismo, e ora dice «federalismo fiscale». L’ultima dizione è uno specchietto per le allodole? In gran parte sì. Il «fiscale» piace al Nord (che lo legge: più soldi da tenere per sé), e inoltre la qualifica di fiscale dà l’idea di un federalismo circoscritto, più modesto. Ma non è così. Se sarà, sarà completo e, temo, micidiale. Il collega Angelo Panebianco, sulle colonne di «Sette» è tranquillo. Per lui le riforme istituzionali saranno chiacchiere che non arriveranno a nessuna conclusione. Io sono meno tranquillo, confesso.

A Berlusconi restano tre anni di governo per i quali non può più addurre il pretesto — anche se continua a invocarlo — di non avere il potere di governare. In realtà nessuno, dopo l’infausto regime, ne ha avuto quanto lui. Si vede che il Nostro non è forte in storia, nemmeno recente. Il fatto è però che Berlusconi non ha soldi (s’intende, soldi pubblici) e che Tremonti non glieli può dare perché, vedi caso, il fisco non piace agli italiani (Berlusconi incluso) e lascia le casse dello Stato a secco. Invece le riforme inizialmente non costano nulla, sono pezzi di carta. Dopo costeranno, ci scommetto, moltissimo. Ma après moi le déluge, dopo me venga pure il diluvio. Tra tre anni Berlusconi medita di insediarsi al Quirinale, da dove il diluvio lo può guardare al sicuro dall’alto. Intanto, ripeto, le riforme sarebbero a costo zero. I problemi sollevati dal nostro rifacimento federalistico esauriscono il mio pallottoliere. Qui li raggrupperò sotto quattro stringatissime voci. Primo, il costo finanziario: nuove sedi, nuovo personale, nuovi stipendi. Questa cosiddetta devolution quanto verrà a costare? Nessuno lo sa, nemmeno all’incirca (come è stato onestamente ammesso da Tremonti).

In passato l’impavido Calderoli diceva: niente. Niente, tra l’altro, perché a suo dire il personale «federalizzato » verrà trasferito da quello statale. Si è visto. Man mano che le Regioni si consolidavano i «trasferiti» sono stati quattro gatti (salvo che da una sede romana all’altra) e contestualmente il personale centrale ha continuato a crescere. Dunque costi crescenti, sicuramente ingenti, e ignoti. In un’altra sua esternazione il faceto Calderoli ha asserito che il problema non esiste perché «tutti gli Stati federali costano meno di quelli centrali». Questa è davvero una perla. Tutti gli Stati federali in funzione, e che funzionano, sono nati federali. Pertanto non possiamo sapere quanto costavano prima quando erano (non erano) centralizzati. Secondo, i costi decisionali: quanto si allungheranno i tempi, e anche quanto aumenteranno i veti, i blocchi sui permessi di fare qualcosa. Di regola, più sono i passaggi di una pratica da una scrivania all’altra, più tempo ci vuole perché arrivi in porto.

Però i costi decisionali sono anche dovuti alla incompetenza e al menefreghismo del personale che gestisce i papelli. E purtroppo il reclutamento del personale regionale è soprattutto clientelare, e anche, man mano che si scende al Sud, sfacciatamente familistico e pericolosamente infiltrato dalla malavita. Comunque sia, il punto è che il grosso delle nuove assunzioni non avviene per merito e capacità ma per alleviare la disoccupazione e allevare clientele elettorali. Federalismo clientelare? Sarebbe un bel risultato. Terzo, il costo della frammentazione localistica. Il mondo reale è sempre più interconnesso e richiede strutture diciamo «lunghe» e allungabili: strade e ferrovie di migliaia di chilometri, oleodotti e gasdotti che traversano i continenti, linee di trasmissione dell'energia davvero globali, e così via. Invece da noi, un comune blocca un traliccio elettrico (spesso solo per farsi pagare, per fare cassa), il grande Nichi Vendola blocca da anni il rigassificatore di Brindisi (per l'Italia una riserva vitale), e Firenze non riesce ad avere un aeroporto decente perché il comune limitrofo nega da sempre qualche centinaio di metri del suo preziosissimo territorio per allungare la pista. Eccetera, eccetera, eccetera.

Il federalismo andrà a spezzettare un paese già troppo spezzettato. Se ne dovrebbe quantomeno discutere a fondo, sul serio. Ma la tv è imbavagliata, e la partita sembra oramai aggiudicata. Dimenticavo: gli italiani sono buoni, il nostro sarà un federalismo «solidale». Vorrei vedere prima di credere. Quarto, e brevissimo. Esiste, o può esistere, una qualsiasi organizzazione senza punizioni? La Sicilia fa da gran tempo tutto quel che vuole, eppure non è mai punita. Altrove esistono ancora i «commissariamenti»; ma andranno a sparire. Negli Stati Uniti (un sistema federale serio) la città di New York può fallire; e proprio per questo non fallisce. Ma in Italia Palermo, Napoli, Catania, saranno libere, come meriterebbero, di fallire? Oppure costringeranno le banche delle quali si andranno a impadronire, a fallire per loro? Sarei curioso di sapere dal ministro Calderoli (Bossi e Berlusconi non lo sanno di certo) se il federalismo leghista contempla sanzioni, e quali. Grazie, se ci sarà, dell'attenzione.

Giovanni Sartori

 




18 aprile 2010

 

Altro che incognite e sprechi

Federalismo è responsabilità

STEFANO B. GALLI

Giovanni Sartori, forse il più noto e autorevole po­litologo italiano, l’altroieri ha pubblicato sul "Corrie­re della Sera" un editoriale dal titolo - per la verità assai esplicito - Le inco­gnite del federalismo. Per la verità Sartori ci aveva già ammorbato - sia detto con tutto il rispetto - nei primi giorni del novembre 2007 con le sue perplessità in ordine alla svolta fede­rale, quando aveva pubbli­cato, sempre sul quotidia­no di via Solferino, un ar­ticolo dal titolo, parimenti esplicito, Ora dico basta al federalismo. In quel tempo governava (si fa per dire) Prodi e cominciò a girare, negli ambienti romani, un progetto - che Sartori iro­nicamente definiva "ino­ino" - di revisione in senso federale della costituzione repubblicana.

Allora come oggi, l’osses­sione del professor Sartori era ed è quella dei costi del federalismo: a suo giudi­zio, "sprechi di denaro", "inefficienze" e "appesan­timenti burocratici aggiuntivi”. E per supportare le proprie argomentazioni si appellava alla Casta di Rizzo e Stella: «Il volume - scriveva Sartori - ha già venduto un milione di co­pie, e spero che ne con­tinuerà a vendere. Vorrà dire che c’è un largo e Crescente pubblico in grado di capire come sarà (Dio non voglia) un’Italia federale».

A parte la debolezza del paradigma interpretativo. È assurdo e riduttivo che un politologo della sua autorevolezza ricorra alle analisi di due giornalisti per trovare una chiave di let­tura del sistema politico e dei suoi orientamenti, fi­nalizzati alla conservazio­ne e non al rinnovamento. Ma l’articolo dell’altroieri - Le incognite del federali­smo - dimostra che Sartori è rimasto inchiodato ai suoi convincimenti di tre anni orsono o fors’anche più oltre (le sue perplessità in ordine ai costi della ri­forma federalista dello Stato risalgono al 2004). Nulla è cambiato.

L’articolo comincia con una rapidissima ricostru­zione - per la verità ab­bastanza approssimativa - della traiettoria politica della Lega Nord; movimen­to che - secondo il professore - all’inizio «parlava di secessione, poi è pas­sata al federalismo e ora dice federalismo fiscale». Discutibile e davvero sfi­lacciata come affermazio­ne, per un politologo, che dovrebbe essere un pò più preciso e attento alle dinamiche politiche e ideo­logiche. Il professore pro­segue poi sollevando, ma­gari in modo più articolato, gli ‘interrogativi di sempre: il costo finanziario, i costi decisionali, il costo della frammentazione e l’orga­nizzazione delle "punizio­ni" da somministrare a chi non gestirà bene le proprie risorse.

Procediamo con ordine. Nel 2004 come sei anni do­po, Sartori sostiene - e an­che con un certo livore nei confronti dell’Impavido" e "faceto" ministro Caldero­li (questi gli irriguardosi appellativi usati dal pro­fessore) - che è indimo­strabile la riduzione dei co­sti nell’ambito di un or­dinamento federale, facen­do riferimento agli Stati che sono già federali. A parte il fatto che esiste una serie di studi che conferma come la spesa pubblica ag­gregata sia inferiore nei paesi federali (facciamo un solo nome: Buchanan, no­bel per l’Economia) che hanno abbandonato il cen­tralismo.

L’osservazione non reg­ge, poi, se facciamo rife­rimento a due modelli as­sai vicini alla realtà ita­liana: la Spagna e il Belgio. Il livello di spesa pubblica precedente il processo di decentramento istituzio­nale e della fiscalità av­venuto in questi due paesi era molto più elevato. Il centralismo fiscale è dise­conomico: questo è dimo­strato. Ed è confermato dalle gigantesche dimen­sioni del debito pubblico italiano. Una delle cause per cui ha raggiunto i mille e ottocento miliardi di euro è dovuta alla oggettiva "lontananza" del centro di prelievo e dei centri di spe­sa. Lontananza che ha re­so incoerenti le entrate ri­spetto alle uscite.

Non è assolutamente ve­ro che il federalismo fiscale è «un federalismo circo­scritto, più modesto» ri­spetto a quello istituziona­le. Accordare agli enti ter­ritoriali una porzione di autonomia nel prelievo e  nella gestione delle proprie risorse può consentire un migliore funzionamento delle istituzioni e della de­mocrazia nel suo comples­so. Istituzioni e democra­zia che, con il federalismo istituzionale, troveranno una strada già tracciata e una circostanza - sotto il profilo economico e fiscale - definita.

Osservando la struttura del Paese, proprio il fede­ralismo - unico argomento "forte" nel dibattito poli­tico attuale - arginerà i processi disgregativi della sua socialità, che sono in atto e dovrebbero destare qualche preoccupazione. Non è vero che il federa­lismo «andrà a spezzettare un paese già troppo spez­zettato» per effetto dei costi sociali della frammenta­zione localistica. È vero, semmai, il contrario: an­dando avanti così, la per­sistente frattura tra il Nord e il Sud è destinata ad au­mentare sino a rendere la situazione, dal punto di vi­sta politico e sociale, davvero ingovernabile.

Introdurre principio dell’autonomia fiscale e dell’autogoverno territo­riale significa promuovere il principio della respon­sabilità della classe poli­tica locale, chiamata a ri­spondere - delle proprie azioni e delle proprie scelte - davanti agli elettori e agli organi di controllo. Il cen­tralismo fiscale - e lo con­fermano sessant’anni di storia della Repubblica - ha promosso una genera­lizzata irresponsabilità della classe politica, le cui nefandezze sono sempre state tamponate dall’inter­vento statale. Con il fede­ralismo fiscale ciò non av­verrà più.

Non solo. ma finalmente nascerà una classe poli­tica territoriale autorevole e capace, promossa sul campo per effetto della sua capacità politica. Ancora oggi, le istituzioni locali vengono percepite dagli esponenti di tutte le for­mazioni politiche - esclusa la Lega, per effetto del suo rapporto privilegiato con il territorio - come delle sem­plici tappe di passaggio per lo sviluppo della carriera, per approdare infine alle istituzioni centrali dello Stato. Con il federalismo, sarà più importante pre­sidiare le istituzioni locali e gestire il potere territo­riale: più competizione, più merito, più selezione. A vantaggio della buona ge­stione delle istituzioni lo­cali.

Per concludere, un ra­gionamento banale nella sua ovvietà. Lo spettro dei costi del federalismo viene agitato da quanti non vo­gliono assolutamente cambiare le cose, si rin­chiudono nella conserva­zione e nel mantenimento dello status quo, che ci presenta un paese indebi­tato sino al collo, che non funziona, che alimenta e non combatte le piaghe del clientelismo, della corruzione, dell’evasione fisca­le, dell’irresponsabilità dei pubblici amministratori. Per porre fine a questa si­tuazione ci vuole un atto di coraggio. La "casta" dei conservatori, che vivono nel regime privilegio, non vuole il cambiamento.

Ma il federalismo costa troppo, si obietta. Ebbene, è come se una famiglia che s’indebita ogni anno di più perché ha il riscaldamento a gasolio, che inquina e costa molto, non assumes­se decisioni coerenti e co­raggiose. Certo, questa fa­miglia sa benissimo che il riscaldamento a metano costerebbe molto di meno e, dunque consentirebbe di risparmiare sui costi del riscaldamento. Ma non ha il coraggio di fare l’inve­stimento per trasformare il riscaldamento a gasolio in riscaldamento a metano. E va avanti con il gasolio, in­debitandosi sempre di più. Sino a trovarsi sul lastrico. Questa è la metafora. Va bene, andiamo avanti così. Ma poi non lamentiamoci se il Paese va in malora.




21 aprile 2010(ultima modifica: 24 aprile 2010)

Il COMMENTO

Il federalismo e il mistero
del silenzio tombale

L’altro giorno scrivendo su queste colonne su le «Incognite del federalismo» mi sono detto: questa volta mi massacrano. Mi sono sbagliato alla grande. La risposta è stata un silenzio tombale. Chi mi ha letto saprà che ponevo quattro quesiti, appunto sul federalismo: quanto costerà, quanto complicherà le decisioni, quanto spezzetterà le cose che non sono da spezzettare, e chi punirà, e come, chi sgarra.

Non dico che i suddetti fossero quesiti facili; ma erano e restano quesiti sine qua non, senza i quali nulla, senza i quali «non si può». Mi era stato annunziato che mi avrebbe risposto il ministro Roberto Calderoli. Del che ero lietissimo perché l’uomo è intelligente (la sua legge elettorale lo è, pur nella sua orrendezza). Invece Calderoli si è sfilato, a quanto pare. Così mi ha risposto domenica soltanto La Padania trovando come vittima— immagino—Stefano Bruno Galli, che mi risulta essere ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Il buon Galli se la cava come può. Non affronta e tantomeno risponde in alcun modo a nessuna delle mie domande. Curiosamente mi rimprovera di aver citato con favore, alcuni anni fa, La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Farei lo stesso, oggi, per almeno una dozzina di altri libri loro, di Peter Gomez, di Marco Travaglio e altri, tutti di devastante documentazione. Dico curiosamente perché se i suddetti diffamassero un’Italia regionale che prefigura l’Italia federale (sembra così anche a me), allora sarebbe strettissimo dovere della Lega di controbattere e smontare queste calunnie. Invece anche rispetto a questo il silenzio è tombale.

Ma vengo al nocciolo. Il Nostro cita, in favore della tesi che il federalismo costa meno del centralismo, un solo autore, Buchanan. Ma siccome su Buchanan ho lavorato e scritto, posso assicurare il valoroso Galli che il suo teste gli darebbe torto. Senza scomodare venerati maestri, anche io saprei escogitare sulla carta un buon sistema federale. Ma tutto dipende dalle condizioni di attuazione e da quel che troviamo di già fatto (malfatto) e incancrenito in loco. Gira e rigira —sempre a vuoto— il buon Galli approda a questa sensazionale scoperta: che «il federalismo è responsabilità». A dire così non si sbaglia mai; ma non si dice nulla. Responsabilità è in primis un concetto etico, a proposito del quale si distingue tra etica delle buone intenzioni (redente dalla loro bontà intrinseca, anche se risultano disastrose nei loro effetti pratici) ed etica della responsabilità, e cioè consapevole delle conseguenze e quindi per ciò stesso responsabile. In politica, invece, essere responsabile vuol dire, in primissimo luogo, essere tenuto a rispondere dei propri atti; e in questo contesto un responsabile che si rivela «irresponsabile» deve essere cacciato e se del caso punito.

Come? Da chi? Il nostro non ne ha la minima idea, e perciò lascia anche me senza nessuna idea. Peccato che io non sappia il padano e quindi che non possa tradurre. In inglese la nostra vicenda è già prevista, temo, da Shakespeare (in Macbeth): It is a tale told by an idiot full of sound and fury signifying nothing.

Giovanni Sartori


DOPO SARTORI

Trasferire le funzioni non basta È il momento del federalismo fiscale

Bisogna portare a compimento un cantiere avviato solo a metà

Caro Direttore, i recenti editoriali di «nonno» Sartori sul federalismo partono da un presupposto sbagliato perché confonde federalismo e federalismo fiscale; non cogliendo minimamente quella che è la situazione. Sartori pone questa domanda: «nuove sedi, nuovo personale, nuovi stipendi. Questa cosiddetta devolution quanto verrà a costare? Nessuno lo sa, nemmeno all' incirca». Se la domanda è radicalmente sbagliata non merita risposta. Ma siccome insiste spieghiamo. L' Italia ormai da dieci anni è vittima di un' anomalia strutturale: il cantiere federalista è stato avviato solo a metà, trasferendo funzioni e competenze ma rimanendo invece fermo sul fronte del finanziamento, affossato in un modello di «finanza derivata». Anche nella Spagna degli Anni 80, all' indomani della nuova Costituzione con la quale furono assegnati maggiori poteri alle Comunità Autonome, mancava la responsabilità impositiva; questa dissociazione tra spending power e imposizione aveva fatto esplodere i conti pubblici. Il rimedio - e il successo - del federalismo spagnolo è stato il federalismo fiscale, poi avviato con decisione. Nell' Italia di oggi la spesa pubblica (escluse pensioni e interessi) si divide ormai a metà tra Stato e sistema delle autonomie, ma per queste ultime il potere impositivo è limitato a poco più del 10%. Si è così realizzata una forte dissociazione della responsabilità impositiva da quella di spesa. A pagare per questa situazione sono stati tutti gli italiani. Un sistema di finanza derivata finisce per premiare chi ha creato più disavanzi, favorisce una politica dell' inefficienza, mentre chi ha speso meno - perché è stato più efficiente - deve continuare a spendere e ricevere di meno. Inoltre, ha diffuso il costume dello «scaricabarile» delle responsabilità: il sindaco scarica sulla Regione le responsabilità delle sue inefficienze, la Regione accusa lo Stato di non avergli dato i soldi con una evidente confusione di responsabilità. Senza rovesciare questa dinamica e senza reali incentivi all' efficienza non si potranno creare sufficienti motivazioni per una razionalizzazione della spesa pubblica. Il federalismo fiscale è quindi il rimedio. È stato ampiamente condiviso dalle forze politiche, anche di opposizione e dalle autonomie territoriali (tutti ignoranti e irresponsabili, secondo Sartori?). La legge si fonda su due principali coordinate: la prima è quella del passaggio dalla spesa storica al costo standard e opera sul lato della spesa: si passerà dal finanziamento dei servizi in base a quanto si è speso in passato ad un finanziamento del solo costo standard. Il finanziamento in base al costo standard porta per definizione a un risparmio e a una razionalizzazione della spesa pubblica: se un servizio ha un costo effettivo di 10 euro - e fino ad oggi è stato finanziato per 15 - di sicuro risparmieremo 5 euro e in più, garantendo il finanziamento integrale, assicureremo l' esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione su tutto il territorio nazionale, cosa che oggi non avviene. Le maggiori risorse che si renderanno disponibili andranno a ridurre il debito pubblico, la pressione fiscale o a migliorare la qualità dei servizi. La seconda coordinata sarà l' attribuzione agli enti territoriali di un' autonomia impositiva sufficiente: gli enti disporranno di proprie entrate autonome e saranno obbligati ad essere gli attori principali della lotta all' evasione, grazie alla conoscenza che hanno del territorio. In più, i cittadini avranno a disposizione la «tracciabilità» dei tributi: sapranno non solo quanto e a chi versare, ma anche come saranno utilizzate le loro risorse. Dunque, al momento del voto saranno loro, finalmente consapevoli, in grado di premiare o sanzionare gli amministratori. Ma non solo responsabilità politica ma anche controlli e sanzioni. Gli amministratori che non rispetteranno le regole non potranno assumere personale, si vedranno bloccate le spese discrezionali, dovranno insomma ridurre le spese (perché altrimenti dovranno richiedere risorse aggiuntive ai propri amministrati). Chi causa dissesto non solo andrà a casa, ma non sarà rieleggibile ad alcuna carica. Ecco che cosa intendiamo per fallimento politico, ovvero responsabilizzazione con le buone o con le cattive. Il federalismo fiscale, da solo, però non basta per ridurre i centri di spesa. Una parte di tale riduzione l' abbiamo realizzata con il decreto legge sugli enti locali e il suo completamento si realizzerà con il Codice delle autonomie, all' esame del Parlamento, e con la prossima revisione costituzionale, necessari per definire compiutamente «chi fa che cosa» e garantire che quella cosa sia fatta da un solo soggetto. Certo è una strada in salita di cui però abbiamo percorso già un bel pezzo. Abbiamo cuore e polmoni per raggiungere la vetta. Infine, chi di Shakespeare ferisce, di Shakespeare perisce: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». ministro per la Semplificazione normativa.

Roberto Calderoli

Pagina 16
(24 aprile 2010) - Corriere della Sera


LA REPLICA

Ma resta il nodo dei controlli

Elezioni Il voto da solo non è più in grado di premiare o sanzionare gli amministratori Nomine Potrebbe toccare agli stessi presidenti delle Regioni scegliere chi avrà il compito di verificare il loro operato

Tira e molla, il «bambino» ministro Calderoli risponde al «nonno» (sarei io) in modo serio e civile. Grazie. La forza di essere nonni, e cioè di avere già molto visto e vissuto, è che io ho insegnato per quasi quarant' anni negli Stati Uniti, dal che consegue che del federalismo Usa so parecchio. Ho anche fatto continue visite e anche consulenze in Sudamerica, e cioè dove il federalismo funziona poco e di solito male. Non sto a chiosare il testo di Calderoli, tanto più che lui si sa spiegare bene. E so benissimo che l' impianto «quadro» del nostro federalismo fu una improvvisata (e improvvida) pensata (per vincere le elezioni) della sinistra. A suo tempo ne scrissi, come scrissi sui costi (tra i quali i costi di riconversione) che si ipotizzarono allora per poi essere abbandonati. Qui mi vorrei soffermare su un solo punto: quello dei controlli, su chi controllerà chi, e con quali strumenti di sanzione. Calderoli sa come me e come tutti che il nostro Paese è in buona parte clientelare, variamente marcio, molto corrotto e eminentemente corruttibile. Pertanto la normativa che il ministro cita sarà facilmente derogata, rinviata, modificata o anche cancellata. Se il Nostro la prende sul serio è forse perché non è abbastanza nonno, perché soffre di inesperienza giovanile. Secondo lui la lotta all' evasione (di ogni sorta e tipo) si fonderà proprio sulla «conoscenza che gli eletti hanno del territorio». Ahimè no. Così mi raccontava mia nonna, ma da allora è un' arma spuntata che funziona solo nei piccoli comuni di poche migliaia di abitanti, dove tutti si conoscono e vedono con i loro occhi (non con gli occhiali della televisione di Minzolini e consimili) quel che succede. Ma prendiamo la Lombardia, tanto per citare un esempio diciamo normale, che è da tempo saldamente in mano di Formigoni. Se io ne fossi il governatore mi studierei bene la geografia elettorale del territorio, individuerei bene le zone e le categorie elettorali da privilegiare per vincere sempre, e del resto, degli altri, mi curerei poco o nulla. Che il voto a livello regionale metta in grado gli amministrati, i cittadini, di «premiare e sanzionare gli amministratori» è sempre meno vero. Per carità, il voto ci vuole, guai se non ci fosse. Ma oggi e sempre più dovrebbe essere integrato da «autorità di controllo» davvero indipendenti, non bloccate da infiniti ricorsi, e munite di poteri di punizione, che davvero spaventano. L' andazzo è invece (a cominciare da Palazzo Chigi) che sono i controllati che nominano i controllori che li dovrebbero controllare. Berlusconi non nasconde - anzi, lo proclama a chiarissime lettere - che cambierà anche il reclutamento della Corte costituzionale per impacchettarlo di amici suoi, di signor «sì». Tornando alle Regioni, sarebbe davvero carino se fossero i loro rispettivi presidenti a nominare chi dovrebbe controllare l' operato loro, delle loro giunte, e delle consorterie di contorno. Mi scuso con il ministro di sollevare soltanto un punto. Ma è un punto pregiudiziale. Se non viene risolto, tutto il resto sono chiacchiere e fanfaluche.

Giovanni Sartori

Pagina 16
(24 aprile 2010) - Corriere della Sera

21 settembre 2009
POLITICA
Stop ai respingimenti in Libia
Io lo chiamerei outsourcing delle deportazioni in campi di concentramento. Chi ha visto la puntata di stamane de "La storia siamo noi"? Quali erano gli argomenti della campagna di "informazione" nazista sugli ebrei?
http://it.wikipedia.org/wiki/Outsourcing




articolo di lunedì 21 settembre 2009

Unchr all'Italia: "Stop ai respingimenti in Libia"
E l'Ue: "Condizioni inaccettabili per i rifugiati"

di Redazione
L'alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres: "Non pensiamo che in Libia esistano le condizioni necessarie per garantire la protezione dei richiedenti asilo". Il commissario Ue Barrot: "La situazione attuale non è accettabile e non può perdurare". Il governo: respingimenti regolari

Bruxelles - Riesplodono le polemiche sull'immigrazione. In particolare sulla politica attuata dal governo italiano per tentare di contrastare quella clandestina. L’alto commissario Onu per i rifugiati (Unchr), Antonio Guterres, ha lanciato un appello al nostro Paese affinché fermi i respingimenti di immigrati verso la Libia. La motivazione è di natura umanitaria: la Libia, secondo l'Unchr, non può garantire la protezione dei richiedenti asilo e le condizioni di detenzione sono "terrificanti".

Condizioni terrificanti "La nostra posizione - ha spiegato Guterres rispondendo ai cronisti a margine del Consiglio dei ministri degli Interni Ue a Bruxelles - è molto chiara. Non pensiamo che in Libia esistano le condizioni necessarie per garantire la protezione dei richiedenti asilo". "La situazione attuale non lo consente", ha affermato ancora Guterres sottolineando che in Libia "ci sono condizioni di detenzione terrificanti".

La Commissione Ue Anche l'Unione europea sottolinea come le condizioni per la protezione dei rifugiati in Libia siano "inaccettabili" e non possano perdurare. "Conto sull’aiuto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, per dire ai libici che la situazione attuale non è accettabile e non può perdurare", ha ribadito il commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot. 

Appello per la solidarietà A Bruxelles, Barrot ha anche ribadito l’intenzione di volersi recare in Libia, insieme con il ministro svedese per l’immigrazione e attuale presidente di turno Ue, Tobias Billstroem. "Ma prima dobbiamo preparare il terreno", ha spiegato Barrot. Il commissario Ue ha anche lanciato un appello a tutti gli Stati membri affinché facciano prova di solidarietà in materia di immigrazione e asilo. "Bisogna creare una più grande solidarietà tra tutti gli Stati membri - ha spiegato - speriamo che tutti siano protagonisti in futuro dei nostri programmi di reinserimento". "Certo - ha concluso il commissario - questi programmi sono su base volontaria, ma penso che parteciparvi sia dovere di ogni Stato membro".

Il governo tedesco "Il rispetto dei diritti umani non può mai essere messo in discussione, in nessuna parte dell’Unione europea": lo ha detto il ministro degli interni tedesco, Wolfgang Schauble, - a margine del consiglio dei ministri degli interni della Ue - rispondendo a chi gli chiedeva un parere sulla politica dei respingimenti di immigrati nel Mediterraneo operata da Italia e Grecia. E, in particolar modo, sui rinvii delle persone richiedenti diritto d’asilo.

Nitto Palma: "respingimenti regolari" "Le riconsegne di immigrati finora effettuati dal governo italiano sono perfettamente in linea con la normativa internazionale. E nessuno di coloro che si trovava sulle navi italiane ha chiesto protezione internazionale": così il sottosegretario all'Interno, Francesco Nitto Palma, ha replicato all’Alto commissario Onu per i rifugiati. "Ricordo che la Libia - ha risposto il sottosegretario - ha presieduto la Commissione dei diritti umani dell’Onu e ha firmato la Convenzione africana, dove il concetto di protezione internazionale è molto più ampio che nella Convenzione di Ginevra. Inoltre - ha proseguito Nitto Palma - dal 1991 opera in Libia l’Alto commissariato per i rifugiati. Detto ciò, ritengo che con la Libia bisogna avviare un discorso concreto, senza immaginare supremazie. Affermare che con la Libia è difficile trattare, che vi sono delle grandi difficoltà e che non si risolve niente - ha aggiunto - a mio avviso ci porta a dimenticarci dell’esistenza del problema, a dimenticarci di una crisi umanitaria fortissima".

Barrot: "Per la Libia l'Italia ci aiuti" "Abbiamo chiesto al governo italiano di aiutarci ad avere un dialogo con la Libia", ha detto il vicepresidente della Commissione Ue, Jacques Barrot, al termine del Consiglio dei ministri degli Interni della Ue, a margine del quale ha incontrato il sottosegretario Francesco Nitto Palma. "Per la Ue e per l’Italia - ha detto Barrot - sarebbe un’ottima cosa ottenere dal governo della Libia che si possano identificare gli aventi diritto d’asilo sul territorio libico. Su questo siamo d’accordo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Dobbiamo risolvere il problema alla radice". "Abbiamo chiesto molte spiegazioni al governo italiano, stiamo valutando le risposte che ci sono giunte molto recentemente".

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